[Guerre di Rete - newsletter] Coronavirus, emergenza e diritti

E come contattarmi

Guerre di Rete - una newsletter di notizie cyber
a cura di Carola Frediani
N.63 - 22 marzo 2020

In questo numero:
- Coronavirus, emergenza, diritti e digitale
- ransomware e Coronavirus
- leak russi

CONTATTI
Sono tempi straordinari e difficili. Per questo ho deciso di ristrutturare i modi in cui posso essere contattata a seconda delle diverse esigenze. Se qualcuno vuole contattarmi in modo anonimo (o, quanto meno, con una maggiore probabilità di privacy e senza dover passare per una casella email o un account legato a un telefono) può farlo andando su https://contact.carolafrediani.org/#/ (se da dentro la newsletter non si apre link basta riscriverlo nel browser).
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Oppure potete scrivermi una mail con PGP. O contattarmi solo su Signal +14783944294. O scrivermi su Wire a @carolaf. O, se non avete particolari esigenze di privacy, molto semplicemente, rispondere a questa newsletter.

CORONAVIRUS E DIRITTI
Norme emergenziali alimentano mentalità dispotica. Meglio la fiducia e potere ai cittadini
Apro questa sezione - Coronavirus e Diritti, che temo sarà una sezione ricorrente d’ora in poi - con le parole di Yuval Noah Harari. Lo storico e saggista di fama mondiale ha infatti scritto le parole più semplici e importanti, che possono aiutarci a navigare questi tempi difficili.
In sostanza, riassumo e parafraso qua un lungo articolo di Harari che vi consiglio di leggere sul Financial Times, di fronte a questa crisi globale, la più grande della nostra generazione, dobbiamo essere consapevoli che le decisioni prese adesso, dai nostri governi, da noi, plasmeranno il mondo nei prossimi anni. Per cui dobbiamo agire rapidamente e in modo deciso, ma dobbiamo anche tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni. Nello scegliere fra due alternative, dobbiamo considerare non solo come superare la minaccia immediata, ma anche quale mondo abiteremo quando ne usciremo, perché ne usciremo. La tempesta passerà, ma vivremo in un mondo diverso. Molte misure prese in emergenze a breve termine diventeranno permanenti. È nella loro natura, nella natura dell’emergenza. Perché ci sarà sempre una nuova emergenza all’orizzonte o la possibilità che quella precedente possa riaffacciarsi.

In tempi di crisi e di emergenza ci sono due scelte principali. Una è quella tra sorveglianza totalitaria o empowerment dei cittadini. L’altra è tra isolazionismo nazionalista o solidarietà globale. Nella loro battaglia contro il coronavirus alcuni governi hanno adottato nuovi strumenti di sorveglianza. Questa emergenza potrebbe segnare un punto di svolta nella storia della sorveglianza, anche perché la tecnologia al riguardo sta correndo a rotta di collo.

E dunque possiamo scegliere. Possiamo scegliere di proteggere la nostra salute senza instaurare un regime di sorveglianza totalitaria, e lo si può fare dando potere ai cittadini. Alcune risposte di successo al coronavirus che si sono viste in Corea del Sud, Singapore, e Taiwan, anche se hanno usato alcune applicazioni di tracciamento, in realtà si sono basate molto di più su una attività molto estesa di test; su una informazione onesta e chiara; sulla cooperazione volontaria di un pubblico bene informato. Il monitoraggio centralizzato e le punizioni severe non sono l’unico modo di far sì che le persone seguano delle indicazioni benefiche. Quando alle persone sono comunicati fatti scientifici, e quando c’è fiducia che le autorità pubbliche seguano questi fatti, i cittadini possono fare la cosa giusta senza un Grande Fratello che li sorvegli alle spalle. Una popolazione motivata e informata è molto più efficace di una popolazione ignorante e sottoposta a repressione. Questo quanto scrive Harari.

Aggiungerei, spostandosi su un piano psicosociale, anche alcune parole di Luca Sofri, direttore del Post, sul suo blog: “D’altra parte, però, questa paura naturale, reale, motivata, sta generando già quote di naturale, reale, motivato fascismo in tutti: intolleranza estrema e richieste di repressione verso chi esce di casa (con punte di giustizia fai da te e fanatismo tra il ridicolo e l’inquietante), indulgenza verso misure di censura persino sui libri, che in altri tempi sarebbero state assai discusse per le loro implicazioni, un sentimento diffuso di dover ognuno di noi difendere una necessità superiore, sentimento che ci legittima e ci mette tutti in una divisa, gran voglia di chiamare la polizia, denunciare qualcuno, o intervenire noi stessi”.

“Più delle norme emergenziali, si deve temere l’espansione di questa mentalità dispotica, che vorrebbe neutralizzare dubbi e domande”, scrive la politologa Nadia Urbinati.
Il punto è, come scrive anche Leonardo Bianchi su Vice, che “stiamo perdendo un sacco di tempo ed energie nella ricerca di facili capri espiatori su cui scaricare le tensioni che stiamo accumulando in questo periodo di isolamento. In altre parole: ci stiamo focalizzando quasi esclusivamente sulla responsabilità individuale—che in un'epidemia è un fattore importante—perdendo di vista quelle collettive e politiche”.
Del resto, se “progetti un’economia mondiale che premia il cieco interesse personale e rende l’altruismo insostenibile, non sorprende che alcune persone inizino a comportarsi come se fossero nel dilemma del prigioniero”, scrive Wired USA.

Tracciamenti, privacy e il difficile equilibrio
È normale il desiderio di molti di trovare aiuti nella tecnologia nella lotta contro il coronavirus. Ma c’è chi ricorda come ancora sappiamo molto poco del rapporto di causalità tra uso di tecnologie per tracciare persone e risultati ottenuti. L’esperto di tecnologia ed ex parlamentare Stefano Quintarelli ad esempio sottolinea il ruolo giocato dalle differenze culturali e dalle rigide norme igieniche da sempre adottate in Giappone. E abbiamo visto prima Harari spiegare l’importanza di una serie di altre misure, non solo tech, adottate da Corea del Sud, Singapore ecc
“Quando vi dicono che la Corea del Sud ha sconfitto il virus coi big data, i cellulari e le app, ricordatevi che non vi stanno dicendo una cosa corretta”, scrive su Twitter il professore di sicurezza informatica del Polimi Stefano Zanero. “Principalmente il metodo coreano si basa su molti, moltissimi test”.

Tracciare per fare cosa
Poi c’è il tema dell’effettivo utilizzo e utilità dei dati raccolti da eventuali soluzioni di tracciamento. Si traccia per fare cosa e in che modo, e soprattutto con quali risorse? La risposta a questa domanda deve venire prima della discussione di soluzioni tech. E non solo per una mera questione di privacy o diritti, ma anche per una più urgente necessità di efficacia dei provvedimenti che si mettono in atto.

La linea della ministra Pisano
Su questa linea sembra essere la ministra dell’Innovazione Paola Pisano. “Bisogna capire se serve (l’app di tracciamento ndr) a salvare vite umane, vista l’emergenza sanitaria innescata dal Coronavirus. Questa è la domanda che ci dobbiamo fare. Per ora stiamo ragionando sull’utilizzo dei dati per riuscire ad analizzare fenomeni del genere. Noi non avevamo all’interno del governo una struttura preparata per la gestione dei dati, ora la stiamo mettendo in piedi” (Corriere Comunicazioni).
Cosa farà questa struttura per la gestione dei dati? Non è chiarissimo. Secondo Wired, “tra le prime ricerche che la task force prenderà in esame ce n’è una basata su dati di Facebook. Il social network ha fornito informazioni aggregate e anonimizzate all’università di Pavia, che ha elaborato alcune proiezioni”. Si tratterebbe di “dati sulla mobilità e mappe sulla densità della popolazione”.

Soluzioni distinte
Il punto è che in quanto uscito finora sembra esserci a volte una confusione tra analisi di flussi di dati aggregati e anonimi, per vedere se in una certa area le persone si stanno muovendo troppo; controllo e geolocalizzazione individuale per vedere se una persona sta in quarantena; contact tracing di contagiati per ricostruire chi hanno incrociato; autoanamnesi individuale per capire se in una zona sta per insorgere un focolaio in mancanza di tamponi a tappeto. Sono soluzioni ben diverse sul piano tecnologico, dei diritti, dell’efficacia.

Ci sono infatti almeno tre soluzioni distinte. La prima: “analisi di big data relativi alla circolazione, compresi dati di geolocalizzazione anonima tramite celle telefoniche, smartphone e GPS”, scrive Key4biz. “Sappiamo quante persone si trovano in un dato luogo in quel momento ma non sappiamo chi: big data analytics applicata efficacemente ai dati di mobilità delle persone non al controllo degli spostamenti individuali di Tizio e Caio”.

Diversa è la “raccolta dati geolocalizzazione smartphone con il consenso degli interessati e altri dispositivi digitali nei 14 giorni anteriori al rilievo della positività al virus. Sostituire, quindi, il tracciamento cartaceo degli spostamenti autodichiarati”, con i dati del telefono, prosegue Key4biz, secondo la quale sia questa che la precedente soluzione sarebbero compatibili con le attuali norme.

Ancora diverso l’uso di app di sorveglianza personalizzata dei contagiati e positivi al virus, “attivando anche alert di geofencing che avvisino le autorità competenti in caso di violazione dell’isolamento prescritto ai positivi al Covid-19”. Tale scelta richiederebbe, invece, nuove regole, scrive Key4biz. “A normativa vigente, non è, quindi, possibile tracciare e geolocalizzare – in forma individuale e non aggregata – i cittadini legittimamente senza il consenso degli interessati, così attivando un tracciamento individuale, una sorta di pedinamento virtuale”.

Coerenza tra obiettivi e strumenti: il parere del Garante
Sul tema interviene con la solita chiarezza proprio il Garante della Privacy, Antonello Soro, che intervistato da Tiscali News dice: “In questi giorni, in nome dell’emergenza e del contrasto al virus, vengono avanzate proposte, spesso anche azzardate e irriflesse. Proposte di tracciamento massivo digitale dei cittadini, con app di ogni genere fondate sull’idea che un incremento della sorveglianza individuale possa essere utile al contrasto e alla conoscenza del fenomeno epidemiologico. (...) Questi nuovi strumenti andrebbero valutati sulla base di un progetto serio, visibile e conoscibile, ispirato a principi generali di trasparenza, proporzionalità e coerenza tra obiettivo perseguito e strumenti usati. Per fare questa valutazione servono progetti concreti e valutabili. Invece in queste ore così difficili temo che a volte possa prevalere l’idea di "fare come la Corea del Sud" o "come la Cina". Bene, dico qui con forza e chiarezza che non sono questi i modelli cui ci dobbiamo ispirare".
E ancora, sempre Soro: “Bisognerebbe anzitutto orientarsi secondo un criterio di gradualità e dunque valutare se le misure meno invasive possano essere sufficienti a fini di prevenzione. Se sono necessarie e proporzionate. Ad esempio, apparirebbe sproporzionata la geolocalizzazione di tutti i cittadini italiani, 24 ore su 24, non soltanto per la massività della misura, non fosse altro perché non esiste un divieto generale e assoluto di spostamento: la gigantesca mole di dati così acquisiti, ancorché gestibile, non avrebbe una effettiva utilità”:

No a soluzioni tech senza cultura giuridica
Prosegue lungo questa linea di cautela anche un articolo su Il Post dell’avvocato Carlo Blengino, che pone una questione apparentemente controintuitiva: e cioè che “ogni intervento sui diritti digitali [è] assai più rischioso di quanto avvenga nel mondo fisico (...) Non è che non si può fare nell’emergenza, è che bisogna farlo diversamente, con più cautele. Bisogna, per addentrarsi nella selva dei nostri dati, avere competenze tecnologiche e grande cultura giuridica: non basta l’una e non basta l’altra.

Come giurista direi che si può fare; come conoscitore delle dinamiche della rete direi che è molto rischioso; come tecnico informatico direi che non ho la più pallida idea di come si potrebbe fare senza rischiare errori clamorosi oggi e disastri irreparabili domani”.

Alcune proposte di app
Sul tavolo, anzi sui media, in questi giorni sono state citate alcune app (nessuna finora è online o operativa). Una in particolare, che sembra essere la più quotata, su base volontaria, assicura di voler proteggere la privacy. Scrive al riguardo StartupItalia: “Un’app che sfrutta reti GPS e sensori degli smartphone per tracciare la nascita di possibili nuovi focolai di Covid-19. ‘Tramite il GPS e i sensori presenti nello smartphone, grazie ad un sistema georeferenziato incrociato con dati statistici di Istat, l’app sarà in grado di monitorare gli spostamenti effettuati dalla persona che risulterà positiva al Coronavirus – spiega Luca Foresti, CEO del Centro Medico Sant’Agostino – e di rintracciare e avvertire tempestivamente coloro che gli sono stati vicino nei giorni prima del contagio. Tutto questo avverrà, chiaramente su base volontaria, garantendo l’anonimato e condividendo in tempo reale i dati ottenuti con la Protezione Civile (...) “Non è necessario inserire alcun nome, cognome o numero di cellulare per accedere all’app - prosegue StartupItalia - Saranno sufficienti soltanto l’username e la password. In questa maniera, si preserva l’anonimato e i tracciati non vengono resi pubblici. Il sistema è stato messo a punto con la collaborazione dell’avvocato Giuseppe Vaciago, uno dei maggiori esperti nella protezione dei dati sensibili in Italia”.

La Stampa cita, oltre a questa, anche un’altra app, definendola “analoga applicazione” sviluppata dall'Università di Urbino ('Digital Arianna diAry'). "Consentiamo all'utente - spiegano gli autori - di conservare sul proprio dispositivo tutte le informazioni utili a tutelare se stesso e gli altri. E’ come se tutti gli smartphone fossero una grande banca dati distribuita in cui ciascuno gestisce i propri dati senza farli viaggiare in rete, ma sapendo che potranno essere incrociati in caso di necessità". 

Infine, un’altra app nominata sui media è STOPcovid19 che “traccia una mappa degli spostamenti di chi lo porta in tasca”, scrive MBnews. “ A svilupparla è stata Webtek SpA (...) I dati raccolti sono rigorosamente secretati e vengono messi a disposizione esclusivamente delle autorità preposte, che li possono utilizzare in caso di necessità: nello specifico, verificare i contatti avuti da un contagiato da Covid-19 nel corso del tempo”

Ma anche le telco si sono fatte avanti. “Nel nostro paese gli operatori Tim, Vodafone e WindTre hanno offerto alle autorità i dati aggregati per monitorare gli spostamenti delle persone a fronte della richiesta delle autorità. La regione Lombardia sta usando i dati per verificare quante persone stiano rispettando la raccomandazione di restare a casa”, scrive il Corriere delle Comunicazioni.

Ma su Repubblica Walter Ricciardi, consulente speciale del ministero della Salute sull'epidemia, va oltre questa analisi del traffico e parla di contact tracing. Dice infatti di stare lavorando per implementare anche in Italia il "contact tracing" sul modello sudcoreano: "D'accordo con il ministro, sto proponendo che la si adotti anche in Italia, abbiamo già attivato un gruppo di studio per definire i dettagli" (segnalazione di Fabio Chiusi).

Il modello coreano
Tutti a invocare il modello tech sudcoreano senza abbracciare però il resto del Paese asiatico. Ma cosa sappiamo di questo modello?
Scrive Valigia Blu parlando proprio di questo: “Ciò che ha fatto la differenza sembra essere la capacità diagnostica su vasta scala. Il servizio di tracciamento tramite App è basato sul consenso (con informativa e indicazione della base giuridica), laddove i problemi sembrano derivare da un lato dall’eccesso di dettagli inseriti nelle comunicazioni istituzionali e dall’altro dall’elaborazione di tali informazioni a mezzo di software di privati e visualizzate in forma di mappe.
E ancora: “L’approccio draconiano della Cina appare eccessivo e sproporzionato per l’Europa. Ma gli europei hanno iniziato a discutere dell’eventuale recepimento di un approccio più soft, come quello della Corea del Sud. In Romania si parla di localizzazione tramite GPS dei contagiati, in Germania si discute se i dati sulla posizione dei contagiati possano essere utilizzati per identificare potenziali contatti. In generale l’idea che possa rendersi necessario un salto tecnologico nella lotta al coronavirus si sta diffondendo in tutta Europa.
Gli scenari possibili, sulla base del modello della Corea del Sud, sono i seguenti:

  • Controllo dei soggetti in quarantena tramite geolocalizzazione.

  • Tracciamento dei percorsi dei contagiati per identificare i soggetti a rischio.

  • Diffusione al pubblico di informazioni sugli spostamenti dei contagiati per allertare i soggetti a rischio e invitarli a farsi sottoporre a testdiagnostici”

Singapore
Oggi Singapore se ne esce con una app con un approccio che definisce “comunitario” (community-driven), oltre che volontario.

Ancora sul contact tracing e sul dopo
Il rischio principale delle tecnologie di contact tracing rimane per la privacy degli individui diagnosticati con la patologia, e per quella delle aziende/locali visitati dai contagiati. Inoltre tali tecnologie offrono opportunità ad attori malevoli per creare panico e fare frodi, avvisa un white paper del MIT che, per il contenimento della malattia, propone, oltre a una app, “soluzioni incentrate sui cittadini, con la privacy al centro, sicure, open source e decentralizzate”.
Parlando del dopo, e di misure di contenimento più ridotte e mirate, ancora Stefano Quintarelli immagina sul suo blog un’app che, “gestendo opportunamente i necessari aspetti di anonimato con meccanismi a doppio cieco” possa diventare uno strumento di coordinamento e di supporto per le persone che ricevono aiuto e per quelle che lo forniscono. “E magari usiamo quest’app come “antenna” per registrare i contatti a breve raggio (usando il bluetooth e sempre con adeguate garanzie di anonimizzazione, come fa quest’app)”
E ancora, sul dopo, le preoccupazioni della ong britannica Privacy International (anche in UK c’è un simile dibattito). “Se sono usati i dati dei cellulari per identificare le aree geografiche o le persone a rischio come delineato in alcune proposte del governo (britannico, ndr) quali sono le misure prese per assicurare che siano usati solo per gestire la diffusione di Covid-19 e non per altri scopi di sicurezza nazionale e polizia?
Una delle preoccupazioni maggiori attorno a queste iniziative e ad altre misure annunciate in risposta a Covid-19 è: cosa succede dopo? Una volta che un governo si è dato tali poteri, è raro che voti per rimuoverli. Per questo è cruciale che le misure che stiamo monitorando abbiano una chiara data di scadenza”.

(Intanto, a proposito di app e Covid19 ma su altro tema, è stata sospesa l’app per le autocertificazioni degli spostamenti)

Riconoscimento facciale ai tempi del coronavirus
Dicevamo della tecnologia che galoppa, specie in tempi di emergenza. In Cina e in altri Paesi le aziende di riconoscimento facciale stanno proponendo strumenti che non solo funzionino con le mascherine, ma che rilevino anche la temperatura. “Così come riportato da Reuters, l’azienda cinese Hanwang Technology Ltd avrebbe sviluppato la prima tecnologia di riconoscimento facciale che può riconoscere il volto di una persona anche se indossa una mascherina”, scrive Laura Carrer sul suo blog. “Se connesso a un sensore per il suo rilevamento il sistema può identificare, oltre all’identità, anche la temperatura corporea del soggetto, scannerizzando fino a un massimo di trenta persone in un secondo”.

Facebook rimuove articoli sul coronavirus per errore: è un bug nel sistema anti-spam
Negli ultimi giorni molti utenti hanno riscontrato incomprensibili rimozioni di articoli che avevano postato a tema coronavirus. La ragione è tecnica. “I social network stanno mandando a casa molti dei loro moderatori, in seguito alle misure sanitarie di sicurezza per mitigare la propagazione del Covid-19, e quindi dovranno affidarsi maggiormente ai sistemi di rimozione controllati dall’intelligenza artificiale (AI)”, scrive Valigia Blu. Di qui una grande quantità di errori di valutazione.

Per capire quanto questi errori siano ampi e casuali, vi riporto un post che era stato rimosso (e poi ripristinato con un messaggio di scuse da Facebook. Il bello è che nemmeno me n’ero accorta, l’ho capito solo vedendo il messaggio di scuse). Era un mio post dedicato al mio romanzo Fuori Controllo. Questo era il testo (notate che coronavirus non era mai citato):
“In un Paese dove ci sono leggi d'emergenza e una lunga crisi economica, il giornalismo è in crisi, e gli attacchi informatici imperversano, una banda strampalata di outsider si imbatte in una fuga di dati che allude a un inquietante programma di sorveglianza..... Se cercate da leggere per la "quarantena" e magari qualche riflessione per il dopo, il mio cyber thriller a sfondo sorveglianza è in offerta sul sito dell'editore Venipedia (solo formato e-book - 3,99€). Il libro si trova anche sulle principali piattaforme online https://www.amazon.it/Fuori-controllo-Territori-Carola-Frediani-ebook/dp/B07VYN9KF4

(E comunque il libro è in promozione sul sito dell’editore)

CORONAVIRUS E SCUOLA
Scuole chiuse, come spendere i 10mila euro del governo per il digitale?

Il decreto Cura Italia assegna 85 milioni per l'emergenza coronavirus, circa 10mila euro a scuola. Come usare le risorse per aiutare la didattica online?
Scrive Wired Italia: “Uno dei capitoli più delicati riguarda la voce più sostanziosa della misura, ossia i 70 milioni per tablet e computer in comodato d’uso alle famiglie che, altrimenti, non possono permettersi l’acquisto. “La didattica a distanza dà per scontato che tutti gli studenti la possano ricevere”, osserva Tobia Sertori, segretario generale Flc Lombardia, la sigla dei lavoratori della scuola della Cgil. Mentre la situazione è ben diversa, da scuola a scuola, da indirizzo a indirizzo (“gli istituti tecnici sono più strutturati”, riconosce il sindacalista) e da famiglia a famiglia. La palla torna i monitoraggi del ministero. “L’assegnazione dipende dal ceto degli alunni”, osserva Giannelli, quindi deve essere frutto di un’analisi dello stato di famiglia”.
Di questi monitoraggi per verificare chi avesse necessità, fra gli studenti, di tablet o computer avevo scritto la scorsa settimana nella seconda parte dello speciale su Scuola e didattica a distanza: “Coronavirus, consigli molto pratici per la didattica a distanza e in emergenza” (vedi anche la prima parte: “Nuovo coronavirus e la sfida digitale per la scuola italiana”)

DISINFO
WHO lancia servizio Whatsapp contro la disinformazione su Coronavirus
Attraverso un numero Whatsapp gli utenti possono fare domande su Covid-19; risposte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO)
WHO

CYBERCRIMINE
Pausa dei ransomware contro ospedali?

Alcune gang cybercriminali specializzate in ransowmare hanno affermato che non prenderanno di mira ospedali e strutture sanitarie in questo periodo. Alcuni si spingono a dire di contattarli se una struttura viene colpita per errore. Quanto questa affermazione sia credibile è tutto da vedere, ma così riferisce Bleeping Computer che ha intervistato alcuni esponenti dell’underground criminale.
Qualcuno si sarebbe già contraddetto.
Intanto esperti di cybersecurity mandano un messaggio a questi gruppi promettendo che investiranno tutte le loro risorse per beccarli se non si fermano contro questo genere di target.

RUSSIA LEAK
Il gruppo di hacker/hacktivisti Digital Revolution (di cui ho scritto ampiamente in questo speciale su Leaks e Intelligence della mia newsletter) che ha come avversario il governo russo e le sue misure di controllo ha pubblicato nuovi documenti tecnici su una suite di strumenti di attacco informatico che, a detta dei leaker, sono stati sviluppati dai servizi russi (FSB) tra 2017 e 2018. In pratica sarebbero strumenti per creare ampie botnet, reti di dispositivi collegati a internet, con cui sommergere di richieste siti e servizi target.
Defense One

ALGORITMI
ESPERIMENTO DI ANALISI COLLABORATIVA
Ora che siete a casa potreste dare una mano a ricercatori che cercano di analizzare il modo in cui funzionano gli algoritmi di raccomandazioni delle piattaforme online. Il 25 marzo verrà lanciato una analisi collettiva e collaborativa dell’algoritmo di YouTube proprio in relazione al coronavirus. L’iniziativa, di nome WeTest e organizzata dagli “attivisti dei dati” di Tracking Exposed, ha come obiettivo di valutare la presenza di video complottisti su Covid-19 nelle raccomandazioni; e di vedere se la piattaforma in inglese si comporta in modo diverso rispetto ad altre lingue ecc. I partecipanti dovranno eseguire una serie di operazioni prestabilite e segnarsi l’esito di quello che fanno e cosa vedono. “I dati raccolti saranno immediatamente rilasciati e non sono intesi come risorsa nostra. E’ anche un esperimento di open science”, commenta a Guerre di Rete il curatore del progetto Claudio Agosti.

APPROFONDIMENTI
Coronavirus e digitalizzazione: la ministra Pisano intervistata da Matteo Flora
YouTube

Coronavirus: dati, misure e informazioni utili. Guida alle fonti ufficiali e affidabili
Valigia Blu

APT-C-39, i servizi segreti americani al cyber attacco della Cina: tutto quello che c’è da sapere
Cybersecurity360

Coronavirus is actually hurting Italian fake news and xenophobic propaganda
Quartz (spoiler: hanno chiesto anche a me qualche osservazione di inquadramento generale del tema)

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